Nunzio Di Pasquale

Dal 1969, epoca in cui per la prima volta si raggiunse la luna, si ebbe anche una grande certezza che l'uomo poteva, lo scrive anche Asimov, "ritornarvi quando lo avrebbe voluto", o quando, aggiungo, distrutta la terra da cui ha tratto nutrimento da circa mezzo miliardo di anni, non gli restera' altro spazio in cui vivere e si incamminera' per un viaggio che potrebbe essere senza ritorno. Questo, credo, il messaggio intrinseco delle opere e delle chine preparatorie di Nunzio di Pasquale, oppure, su questi laminati orizzonti (postnucleari?) si vuole attendere il "ritorno delle sere" come in quella lontana poesia di Alfonso Gatto de "Il circo della luna"?
(Aldo Gerbino)

Le seleniche citta' di Nunzio Di Pasquale sono il frutto di un'arte postindustriale o meglio di un'arte che vede l'uso e la rielaborazione dei materiali di rifiuto in una rinnovata capacita' plastica per consentire al materiale stesso di reimmettersi nel ciclo inesauribile del flusso dell'arte. Sono queste assonometriche interruzioni dello spazio urbano, di quello ideale o della memoria a fare di Di Pasquale, forse, uno degli ultimi romantici. Egli pur vivendo nella Ibla barocca, a pochi chilometri dal contado di Modica, ne rifiuta ogni orpello della forma, ogni vezzo, per attribuire alla geometria la dignita' del messaggio.
I materiali, l'uso dell'alluminio estratto o reintegrato ex abrupto da radiatori in disuso) costituiscono un pianeta metallico che piu' che allontanarsi dalla forma e dall'uomo e dalle "cose" dell'uomo si reinserisce con stupefacente abilita' nel linguaggio quasi metafisico dell'informazione e per riallacciarsi d'improvviso con i segni non dimenticati di una classicita' d'impianto scenico ispirata a certe correnti costruttiviste o a certa machinerie perilliana o ancora a oggetti mobili alla tatlin sfiorando anche quella necessita' della tangibilita' del mezzo espressivo che gia' fu individuata dalla grandezza poetica di Calder.
Qui la materia e' piu' compatta: sono blocchi o moduli che si insinuano tra loro armonizzando nei piano ora circolari ora verticalizzandosi con impennate, con spikes minutissimi come aghi che fendono l'atmosfera. Le polimorfie delle superfici creano vere e proprie citta' del futuro, sagome umane si scoprono nei reticoli lontani delle leghe, finestre, oblo', pori, archi, e segni di cembalo nelle arcate di metallo luminoso. L'uomo vive in questa proiezione, nello sterminato continente dell'utopia. E' un uomo fossile, o e' quello del messaggio orweliano di una realta' che ancora oggi dobbiamo intendere?
(Aldo Gerbino)

Hanno scritto di lui:
Giuseppe Bongiardina, Marisa Bernabei, Oscar Spadola, R. Di Pietro, Fulvio Abate, Anna Neri Scotti, G. Gradienet, Giovanni Gurrieri, Enzo Leopardi, Lino Blundo, Giuseppe Blundo, G. Belgiorno, Giovanni Selvaggio, Mario Gorini, Filippo Garofalo, V. Brangiuleschu, Angelo Campo, Giovanni Occhpinti, Renato Civello, Domenico Cara, Giovanni Pluchino, Carmelo Arezzo, Stefano Sodi, M.P. Argentieri, Mario Grasso, Renata Giambene, Iolanda Pietrobelli, Luciano Marziano, Marisa Buscemi, Emanuele Schembari, Aldo Gerbino, Marcello Venturoli, Giuseppe Servello, Francesco Carbone, M.P. Basile, Raimondo Berretta, Lina Angioletti, Giorgio Barberi Squarotti, Giovanni Cappuzzo, Ugo Fasolo, Margherita Guidacci, Emanuele Mandarà, Giancarlo Bandini, Gaetano Salveti, Luigi Tallarico, Giuseppe Zagarrio, E.V. Borg, Dominic Cutajar, Emanuele Fiorentino, Giuseppe Selvaggi, Giuseppe Baglieri, Salvatore Fava, Antonio De Marco, Mara Ferloni.

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